General Overview

Il termine malasanità oggi, da una parte, un episodio assistenziale caratterizzato da risultato negativo e difforme rispetto all’atteso e, dall’altra, la generica denuncia di errori da parte degli operatori e/o del sistema.
Dall’ipotesi di danno prendono corpo la denuncia ed il procedimento giudiziario per l’azione di rivalsa.
Il termine anglosassone di malpractice viene spesso utilizzato quale sinonimo di malasanità, tuttavia, trattasi di termini con significati diversi, laddove, il primo pone al centro solo l’errore che scaturisce dalla pratica medico-chirurgica – che è quello che oggi ha aperto la strada a metodologie di prevenzione e procedure quali “sicurezza” e “rischio clinico”, e che ha più a che fare con gli aspetti medico-legali e giuridici – mentre il secondo pone l’attenzione non sull’errore tecnico ma sull’errore del comportamento umano, che origina dalla sfera etica e su di essa incide con conseguenze sulla prassi.

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Domande frequenti

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Responsabilità medica: rilevanza del nesso causale ?

In tema di responsabilità medica ed in particolare di nesso causale, deve essere richiamato il principio secondo cui la causalità deve essere valutata secondo la regola della preponderanza dell’evidenza ovvero “del più probabile che non”. Deriva, pertanto, che per ricollegare un evento lesivo ad un atto medico colposo occorre che sussista tra i due elementi un nesso causale non in termini di certezza né di mera possibilità, ma di rilevante probabilità, nel senso che il comportamento comissivo od omissivo del singolo sanitario o della struttura deve aver causato il danno lamentato dal paziente con un grado di efficienza causale così alto da rendere più che plausibile l’esclusione di altri fattori concomitanti od addirittura assorbenti.
In ordine all’incidenza di eventuali concause, umane o naturali, le stesse escludono il nesso causale soltanto se siano state da sole sufficienti a determinare l’evento, mentre in presenza di una patologia preesistente od altra concausa naturale, che non sia stata da sola sufficiente a determinare l’evento lesivo, ma abbia concorso con la condotta colpevole del debitore, deve escludersi la possibilità di ridurre proporzionalmente l’obbligazione risarcitoria dell’autore dell’illecito, in quanto una comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli ex art. 1227 c.c. e non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile. Ne deriva che va affermata la responsabilità del sanitario, a meno che questi non dimostri che lo stato patologico preesistente o la concausa naturale siano stati da soli sufficienti a determinare l’evento lesivo.

Chi ha l’onere di dimostrare la responsabilità del medico ?

In merito alla ripartizione dell’onere della prova nelle cause di responsabilità medico-sanitaria, spetta al paziente dimostrare il danno subito ed il nesso causale tra lo stesso ed il trattamento medico. Al contrario, il sanitario ovvero la struttura in cui stesso opera dovranno provare di aver correttamente e diligentemente eseguito la prestazione medica e, quindi, l’assenza di colpa, imprudenza o imperizia.

La responsabilità può essere attribuita anche alla casa di cura ?

La risposta è affermativa. Detta responsabilità concorrente e solidale della casa di cura nella quale il medico opera viene generalmente affermata in diritto dall’art. 1228 c.c. ed in fatto in base alla stretta interdipendenza sussistente tra prestazione sanitaria e contratto ospedaliero, assumendo la clinica il rischio dell’attività del medico che autorizza ad operare nella sua struttura traendone un utile.

Quando il diritto al risarcimento si prescrive ?

Per costante orientamento giurisprudenziale, la prescrizione del danno è di dieci anni. Il termine di prescrizione inizia a decorrere dal momento dell’esteriorizzazione del danno.

Quale tipo di rapporto contrattuale sorge fra il paziente e la struttura ?

Sotto il profilo della responsabilità contrattuale, va innanzitutto osservato che, secondo la costante giurisprudenza di legittimità e di merito, il rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura (pubblica o privata) ove viene svolta la prestazione medica deve qualificarsi alla stregua di un contratto d’opera professionale, in forza del quale la responsabilità dell’ente ospedaliero o clinico, pubblico o privato, deve considerarsi disciplinata dalle norme che regolano la responsabilità professionale medica e segnatamente dalla disposizione di cui all’art.2236 codice civile.
La Corte di Cassazione ha individuato la fonte del rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura sanitaria pubblica o privata “in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo” nell’ambito del quale “a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal Servizio sanitario nazionale ovvero da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo lato sensu alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze”, con l’ulteriore naturale e diretta conseguenza che “la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art.1218 Cod.Civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico nonché, ai sensi dell’art.1228 Cod.Civ., all’inadempimento della prestazione medico professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto” (per tutte: Cass. 14.06.2007 n.13953; Cass. 14.7.2004 n.13066; Cass. 26.1.2006 n.1698; Cass. Sezioni Unite 1.07.2002 n.9556).

La responsabilità di una struttura privata è diversa da quella di una struttura pubblica ?

Nessuna differenza. Il medico e l’ospedale – senza alcuna differenza tra strutture pubbliche e private – risponderanno a titolo contrattuale dei danni arrecati dal sanitario per il solo fatto del “contatto” intervenuto con il paziente, indipendentemente dall’assunzione formale di obblighi riconducibili ad una fonte negoziale tipica (Cass. Sezioni Unite 11.1.2008 n.577; Cass. 12.12.2013 n.27855).
Dunque, nell’attività medica e sanitaria rispondono a titolo di responsabilità contrattuale – come tale subordinata al termine di prescrizione decennale – per i danni subiti dal paziente, sia l’ente ospedaliero pubblico o privato per la non diligente esecuzione della prestazione medica, sia il sanitario che abbia eseguito la stessa prestazione, la cui obbligazione, pur non basata su un contratto tra professionista e paziente, si fonda sul cd. contatto sociale, vale a dire sull’affidamento che il malato pone sulla professionalità del soggetto esercente una professione protetta.

Nelle obbligazioni cd. di comportamento qualunque inadempimento può essere risarcito ?

Fermo il tradizionale principio sulla responsabilità medica come responsabilità da contatto e sulle sue implicazioni, in ordine al riparto dell’onere probatorio, deve evidenziarsi che l’inadempimento rilevante nell’ambito dell’azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni cd. di comportamento non è qualunque inadempimento, ma solo quello che costituisce causa (o concausa) efficiente del danno. Ciò comporta che l’allegazione del creditore non può attenere ad un inadempimento qualunque esso sia, ma solo ad un inadempimento qualificato, ovvero astrattamente idoneo alla produzione del danno.

Come viene valutato il danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale ?

Il danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale potrà essere valutato e liquidato in via equitativa, con prudente discrezionalità, contemperando in maniera equilibrata il grado di gravità del fatto illecito, nonché l’intensità e la durata degli effetti del danno ingiusto, alla stregua delle tabelle utilizzate da vari Tribunali della Repubblica. (Cass.17.12.2009 n.26505; Cass. 9.5.2011 n.10107)

Come è liquidato il danno non patrimoniale jure hereditario ?

In ragione dei princìpi di diritto sanciti dalla giurisprudenza di legittimità detto gli eredi chiedono il riconoscimento dei danni morale e biologico (temporaneo e terminale) sofferti dal loro dante causa.
L’anzidetto riconoscimento, peraltro, proprio alla luce dell’insegnamento più recente della Suprema Corte, presuppone:
– quando al danno morale (c.d. catastrofale), che la vittima “abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della morte” (Cass.18.1.2011 n.1072) e sia rimasta “in stato di coscienza” (Cass.24.7.2012 n.12902; Cass.16.1.2014 n.759), in quanto “la paura di dover morire, provata da chi abbia patito lesioni personali e si renda conto che esse saranno letali, è un danno non patrimoniale risarcibile soltanto se la vittima sia stata in grado di comprendere che la propria fine era imminente, sicché, in difetto di tale consapevolezza, non è nemmeno concepibile l’esistenza del danno in questione a nulla rilevando che la morte sia stata effettivamente causata dalle lesioni” (Cass.13.6.2014 n.13537);
– quanto al danno biologico, “nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità fisica patita dal danneggiato sino al decesso: tale danno, qualificabile come danno biologico terminale, dà luogo ad una pretesa risarcitoria, trasmissibile iure hereditatis da commisurare soltanto all’inabilità temporanea, adeguando tuttavia la liquidazione alle circostanze del caso concreto, ossia al fatto che, se pur temporaneo, tale danno è massimo nella sua intensità ed entità, tanto che la lesione alla salute non è suscettibile di recupero ed esita, anzi, nella morte” (Cass.8.7.2014 n.15491; vedi anche Cass.7.6.2010 n.13672; Cass. 8.4.2010 n.8360; Cass. Sez.Un. 26972/2008).
In altri termini, se la morte non istantanea legittima il riconoscimento della trasmissibilità jure hereditario del danno biologico e/o del danno morale sofferti dal de cuius, ciò nondimeno la dimensione temporale dello spatium vivendi imporrà al giudicante di liquidare tali voci di danno in misura ad essa inevitabilmente correlata e, quanto al danno morale, tenuto conto dello stato di coscienza o meno della vittima.
Più recentemente, peraltro, la Suprema Corte ha statuito che “il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della vita – bene supremo dell’individuo, oggetto di un diritto assoluto ed inviolabile – è garantito dall’ordinamento in via primaria anche sul piano della tutela civile, presentando carattere autonomo, in ragione della diversità del bene tutelato, dal danno alla salute, nella sua duplice configurazione di danno “biologico terminale” e di danno “catastrofale”. Esso, pertanto, rileva “ex se”, a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia avuto, dovendo ricevere ristoro anche in caso di morte cosiddetta “immediata” o “istantanea”, senza che assumano rilievo né la persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, né l’intensità della sofferenza dalla stessa subita per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabilità della propria fine” (Cass. 23.1.2014 n.1361).

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