La Corte di Giustizia Europea pone fine ai precari in Italia

La Corte di Giustizia Europea pone fine ai precari in Italia

La Corte di Giustizia Europea con la sentenza emessa il 26 novembre 2014 a definizionae delle cause riunite C-22/13, da C-61/13 a C-63/13 e C-418/13, riprodotta qui in calce, ha emesso un’importante decisione che investe non solo il pubblico impiego ma anche il comparto privato. Gli effetti della decisione sono significativi, poiché la Corte Europea evidenzia la lesione del diritto dell’Unione Europea da parte della normativa italiana in tema di contratti di lavoro a tempo determinato.

Nonostante la decisione in esame abbia ad oggetto i supplenti nelle scuole, l’espresso principio di diritto risulta applicabile a tutte le pubbliche amministrazioni e, addirittura, ai lavoratori del settore privato inquadrati con contratti di precariato rinnovati di volta in volta.
Nello specifico la decisione dei giudici di Lussemburgo, evidenzia che il rinnovo illimitato dei contratti a termine per assicurare le supplenza nelle scuole viola i principi comunitari, poiché non contiene alcun meccanismo idoneo ad impedire l’abuso al ricorso ai “td” del ministero dell’Istruzione.

Le conseguenze di questa decisione sono importanti ed onerose, poiché è stata aperta la strada a migliaia di risarcimenti. Per quanto consta, sono infatti 250mila i precari che possono chiedere sia la stabilizzazione che i rimborsi, oltre ovviamente agli scatti di anzianità maturati tra il 2002 e il 2012 dopo il primo biennio di servizio oltre alle mensilità estive sul posto vacante.
Ulteriore effetto della sentenza si esplica verso i cosiddetti “concorsi-miraggio” indetti da tempo da parte della pubblica amministrazione con leggerezza ed imprudenza con il mascherato intento di non procedere alle assunzioni ovvero di applicare la contrattazione a tempo con vari rinnovi nel corso del tempo.
«Non si può», spiegano i giudici lussemburghesi, perché l’accordo quadro del 1999 sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/Ce, impone agli Stati membri di rinnovare i contratti a termine solo indicando appunto «ragioni obiettive» esplicite oppure fissando in anticipo la durata massima totale dei contratti o del numero dei rinnovi.

I primi effetti della sentenza saranno la ripartenza del contenzioso già in atto, perché a tradurre in decisioni le indicazioni europee dovranno essere i giudici di merito, mentre la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere quali sono le leggi da abrogare dal nostro ordinamento.

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